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I video prima della strage sono parte dello schema jihadista


Settembre 12, 2026
Paola Kafira

E’ di questa mattina la notizia secondo la quale, poco prima della strage di Modena, Salim el Koudri abbia registrato 4 video, due il 15 maggio 2026 e 2 il giorno stesso della strage, il 16. La stampa italiana ha descritto i documenti come clip deliranti in cui el Koudri parlerebbe in modalità selfie col proprio telefono in inglese, per circa 5 minuti per video. La Digos ha parlato di documentazione che sarà parte dell’imminente perizia psichiatrica al trentatreenne di religione islamica.

I dettagli definiti dai giornali “inquietanti” sarebbero alcune affermazioni espresse da el Koudri nei propri monologhi forse destinati all’account Instagram ma mai pubblicati, girati in auto da solo e in casa al buio. L’Italia andrebbe distrutta, poiché gli italiani sarebbero schiavi degli americani. Seguirebbe un attacco ai poteri forti, ai ricchi, ai potenti e chiaramente agli ebrei (il popolo ebraico è l’interesse patologico quotidiano dell’islam da circa 1400 anni). Sorvolando su alcuni meme su Donald Trump e alcune invettive contro note influencer italiane e altri personaggi pubblici, ci sarebbe un riferimento a “tanta gente mutilata” e conoscendo la retorica e l’attualità chiunque può star certo che si tratti di Gaza, per quanto il luogo non venga menzionato dal delirante el Koudri. Chiuderebbe il tutto un’invettiva contro il proprio luogo di nascita, Bergamo, e alcuni accenni agli antichi romani e all’arte della guerra.

La stampa ha scritto questa mattina dei suddetti reperti videografici per confermare che si tratta di un attentato terroristico di matrice islamica. Ma è sufficiente che un musulmano faccia un monologo contro l’Italia per definire la strage un attentato islamico? E’ sufficiente che il delirante in modalità selfie sia musulmano per ricondurre la strage all’islam?

In realtà no. Esiste un percorso diverso, più preciso e puntuale, per arrivare al medesimo risultato della stampa italiana di questa mattina e quel percorso è la conoscenza di alcune dinamiche specifiche della jihad. Non esistono infatti solo i testi ufficiali dell’islam ma una vera e propria tradizione comportamentale che si è andata consolidando negli anni con scopi chiarissimi. Normalmente il martire di Allah ad esempio, ovvero il grado più alto di eroe dell’islam, registra un vero e proprio testamento poco prima di un attentato. Questo sarà motivo di onore per tutta la famiglia del martire che peraltro riceverà lauti compensi per il gesto di vittoria (parola intercambiabile in arabo col termine ‘vendetta’). Famigerato a tal proposito è il testamento del martire di Mohamed Atta, registrato con Ziad Jarrah in Afghanistan, oppure ancora quello in cui la troupe supplica il medesimo Jarrah, il libanese psicolabile della cellula dell’11 Settembre, di restare serio durante le riprese del testamento e relative rivendicazioni.

Questi video e clip non vengono registrati soltanto per propaganda o per certificare le ricompense per la famiglia del martire, ma vengono utilizzati all’interno del contesto islamico come certificazioni professionali. L’islam infatti si considera uno stato (con confini geografici in espansione) all’interno del quale ad ogni cittadino musulmano, come in qualsiasi altro Paese, spetta il proprio mestiere. Gli jihadisti in questa prospettiva non sono degli attentatori né dei terroristi (per quanto l’islam stesso confermi che la tattica deve essere quella del terrorismo), ma sono soldati dell’esercito del proprio stato. Per questo motivo la restante popolazione islamica non condanna mai gli attentati e non se ne dissocia mai: l’equivalente (improbabile) sarebbe un cittadino italiano che si dissocia o condanna il proprio esercito per aver vinto una guerra e aver difeso tutto il proprio Paese. Per le stesse motivazioni, non esiste un solo caso al mondo di terrorista islamico che sia stato scomunicato dall’islam: quale ente statale potrebbe ‘scomunicare’ o revocare la cittadinanza al proprio generale dell’esercito che ha portato alla vittoria di una guerra o di una battaglia? Nessuno. L’islam funziona allo stesso modo.

E’ bene specificare anche che le ‘gesta’ d’onore registrate in video prima di un attentato non rappresentano solo la prova di eroismo, la documentazione per ricevere i compensi, la propaganda visiva che l’islam adora propinare agli occidentali, ma costituiscono anche il certificato di esonero dalla jihad della comunità di rfierimento. Questo accade perché secondo l’islam la jihad (intesa come lotta armata che utiliizza il terrore ai fini della sottomissione degli infedeli) è un obbligo per ogni piccola comunità islamica, ovunque essa sia. L’obbligo viene adempiuto, non quando tutti i musulmani della piccola comunità diventano jihadisti, ma quando anche solo uno di loro compie un attentato: lo fa per tutti. Quando la comunità islamica di Nizza ha assistito alla strage sulla Promenade des Anglais, tutta la comunità ha adempiuto all’obbligo di jihad per quanto l’attentatore fosse stato un solo individuo. Il singolo ha fatto jihad per tutti e infatti non solo non è stato scomunicato ma aveva ricevuto molto denaro per la strage, aveva fatto le prove nei giorni precedenti alla strage girando ripetutamente col camion bianco e soprattutto aveva avvisato la propria comunità di Nizza dove ogni musulmano (o quasi) sapeva che quella sera non avrebbe dovuto recarsi in mezzo agli infedeli, ancora meno a celebrare la festa nazionale della Francia.

Per quanto sembri impossibile la dinamica è consolidata nell’islam e questa sì che è la conferma che si tratti di un attentato terroristico islamico: non perché el Koudri lanci invettive contro gli occidentali e nemmeno perché lui sia di religione islamica ma perché l’islam si muove per pattern, schemi, ripetizioni, modelli che non cambiano mai. E una volta scovato il pattern si trovano le conferme: Mohammad Sidique Khan (attentati di Londra del 7 luglio 2005) registrò un video diffuso dopo l’attacco da al-Jazeera in cui si definisce “soldato”, dice che i civili britannici sono obiettivi legittimi a causa della politica estera del governo e che “finché non sentirete sicurezza, sarete il nostro bersaglio”; l’attentatore del treno a Würzburg (Germania, luglio 2016), afghano di 17 anni, registrò un video di addio in cui si definisce “soldato del califfato” e minaccia gli “infedeli”; gli attaccanti di Parigi del 13 novembre 2015 che compaiono in video ISIS girati mesi prima in Siria/Iraq, in cui minacciano l’Occidente e la Francia; Shamsud-Din Jabbar (attacco con pick-up a New Orleans, 1 gennaio 2025) poche ore prima registrò più video nel veicolo in cui dichiarava di essersi unito all’ISIS e parlava della “guerra tra credenti e infedeli”.

Conoscere queste dinamiche permette ai cittadini, che osservano la questione islamica diventare sempre più problematica anche in Italia, di estrapolare un modello ricorrente e costruire dentro sé poche certezze tuttavia realistiche per leggere gli eventi.

(Per chi volesse approfondire i concetti e le dinamiche islamiche è disponibile su Amazon la mia guida all’islam dove spiego anche i versetti e i comunicati dell’Isis in riferimento alla strage di Modena: https://amzn.eu/d/01tOCaGn)

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